La seconda Filippica (libro 2) di Cicerone

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La seconda Filippica

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Disponibilità: IMMEDIATA - ultima copia rimasta

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ISBN: 9788883220544

Edizione: 2008

Tags: Interlineare, Metrica, Traduzioni

Categoria: Classici Latini

Editore: Editrice Ciranna

Autore: Cicerone

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Filippiche di Cicerone ed introduzione libro 2

Le Filippiche di Cicerone sono le orazioni che il politico romano Marco Tullio Cicerone fece contro il suo avversario politico Marco Antonio all'indomani dell'uccisione di Cesare. Si chiamano con lo stesso nome delle Filippiche greche di Demostene, proprio per volonta del politico romano di omaggiare l'oratore Greco che come lui allora volle destare il suo popolo dalle incombenti minacce militari e proteggere la libertà del propria stato.

Le Filippiche romane mantengono lo stesso stile di quelle greche, anche Cicerone come Demostene usa un linguaggio compatto, ma impetuoso e ricco di retorica. Con queste orazioni Cicerone, ormai anziano, desidera lasciare un ultimo contributo ai suo concittadini, intende riscuotere il popolo romano dagli intrighi politici per difendere ancora una volta la pace e la patria.

La seconda Filippica, viene pronunciata da Cicerone il 20 dicembre del 44 a.C., sempre nel Tempio della Concordia di fronte al senato romano. I toni si fanno decisamente più accesi, Cicerone controbbatte duramente gli attacchi di Antonio, nemico della pace e della repubblica. La Filippica libro II di Cicerone è caratterizzata anche per l'entrata in scensa del nipote di Cesare, il giovane generale Ottaviano (figlio adottivo ed erede di Cesare), e come è facile immaginare il contrasto con Antonio è praticamente immediato.

 

Filippica libro 2 riassunto (trama)

Conclusa la prima Filippica, Antonio il 19 settembre a.C. con l'aiuto di Sesto Clodio lancia pesanti accuse ed infamie contro Cicerone (che preferisce non essere presente), ritenuta persona sleale ed immorale, arrivando sino ad accusarlo di essere lui il mandante dell'assassinio di Cesare, leggendo pubblicamente di fronte al senato una lettera che lo stesso Cicerone gli avrebbe inviato e nella quale emergevano i suoi crimini e misfatti.

Cicerone controbbatte così alle accuse di Antonio con la sua seconda Filippica pubblicata nel novembre del 44 a.C., nella quale abbandona completamente i toni pacati della prima ed aggredisce l'avversario con grande veemenza. L'orazione presente nella seconda filippica ha un'eloquenza così straordinaria da essere definita dallo storico Giovenale come la "divina Filippica", considerato di fatto un vero e proprio testamento di Cicerone nei confronti del popolo romano.

Dapprima Cicerone si difende dalle accuse infamanti dell'avversario, sminuendo le argomentazioni di Antonio come pura millanteria, ed evidenziando d'altro canto i suoi modi dissoluti e viziosi. Per quel che riguarda la lettera e l'uccisione di Cesare, Cicerone distrugge Antonio mostrando con evidenza come le sue parole sono contraddittorie; Innanzitutto si ripromette di mostrare la famosa lettera e poi continua la sua arringa ponendo il punto di vista che l'uccisione di cesare è stato un bene ed una volontà di tutti i romani per eliminare un tiranno che incombeva sulla libertà della res publica, e poi spiazza completamente Antonio, perchè quest'ultimo lo accusa dell'assassinio di Cesare se lui stesso si mostra clemente, difendendo e premiando i Cesaricidi.

Dopo la difesa dalle infamie, Cicerone parte al contrattacco di Antonio, senza alcun indugio racconta tutti i vizi e le nefandezze che l'avversario commise in precedenza, dallo stile di vita sessuale incontrollato della giovinezza, dai debiti che cercò di pagare prima con l'aiuto dallo stesso Cesare e della magistratura plebea poi. Cicerone prosegue con vigore le sue accuse, addita Antonio come responsabile del fallimento di illustri personaggio romani, ma soprattutto di essersi impossessato illegalmente dell'eredità e della casa di Pompeo.

Cicerone racconta infine di come Antonio al funerale di Cesare aboliva la dittatura e proclamava la pace tra i romani, per poi rubare il tesoro di Cesare di ben 700 milioni di sesterzi per pagare i suoi debiti e quelli di Dolabella, mettendo in luce che il suo finto buonismo era solo finalizzato ad un potere ed interesse personale, invitando la repubblica a riconciliarsi per difendere la libertà della patria.

 

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